La Cassazione: coltivazione domestica di cannabis non è reato

La sentenza definitiva sulla coltivazione domestica di cannabis

Con storica sentenza n. 12348/2020 del 16 aprile 2020, le Sezioni Unite Penali della Cassazione hanno finalmente messo un punto all’annosa questione della coltivazione di cannabis per uso personale.

In poche parole, la questione che è stata posta alla Suprema Corte è questa: la coltivazione di cannabis indica (se vuoi conoscere le differenze tra cannabis indica e sativa, leggi qui), integra il reato di coltivazione di sostanza stupefacente anche quando appare chiaro – per modalità e numero di piante – che la coltivazione sia destinata all’uso personale? Come, per esempio il caso di Tizio, che viene trovato con una o due piantine sul balcone di casa.

Può essere considerato un criminale ed essere condannato alla reclusione in carcere?

Una domanda che sembrerebbe di semplice risposta, ma non è stato così per la giurisprudenza.

Infatti, negli anni questa problematica è stata affrontata innumerevoli volte sia dalle Corti di merito, sia dalla Cassazione sia dalla Corte Costituzionale, senza trovare una soluzione unitaria.

Questa volta, però, la quadratura del cerchio sembra essere stata trovata, andiamo a vedere come.

La travagliata vicenda della coltivazione di cannabis ad uso personale

La legittimità costituzionale della norma penale sulla coltivazione

Già nel 1995, la Corte Costituzionale aveva affrontato la questione se la norma penale sulla coltivazione della cannabis fosse incostituzionale perchè non prevedeva la coltivazione per uso personale.

Tuttavia, la Corte aveva ritenuto che la norma fosse costituzionalmente legittima perchè la coltivazione di cannabis è più grave della semplice detenzione (per cui l’uso personale è previsto).

Del resto, in ambito penale, la discrezionalità del legislatore è libera, salvo il limite della ragionevolezza, che in questo – secondo il Giudice delle Leggi – non è stato violato.

Quindi, un nulla di fatto: dal punto di vista della previsione astratta la norma non può essere modificata dal Giudice.

La chiave per il superamento dell’impasse: il principio di offensività in concreto

Dal punto di vista della applicazione della norma, però, i Giudici di merito hanno un più ampio margine di azione, utilizzando il principio della offensività in concreto.

E così, poco dopo, viene rilevato un contrasto tra i Giudici di merito e la questione finisce dinanzi alla Corte di Cassazione a Sezioni Unite un prima volta nel 2008.

La Corte, tuttavia, in questo caso esclude afferma che la coltivazione di cannabis integra reato anche quando la finalità della coltivazione è il consumo personale.

Infatti, la Suprema Corte rimarca che per la coltivazione il legislatore ha previsto solo la sanzione penale e non anche quella amministrativa – più lieve – come in caso di detenzione ad uso personale.

Questo perché, secondo il Giudice, la coltivazione di sostanza stupefacente ha una offensività maggiore della semplice detenzione. Anche perchè non è possibile stabilire a priori la capacità produttiva di una piantagione.

Dopo la sentenza del 2008, prevalsero due orientamenti.

Infatti, per alcuni giudici, basta la riconducibilità della pianta coltivata alla varietà vietata e l’idoneità delle modalità di coltivazione a farla giungere a maturazione.

Per altri, invece, è necessario anche che, in concreto, la produzione della coltivazione sia idonea ad aumentare la quantità di cannabis in commercio.

Altrimenti, la condotta manca di offensività in concreto e non è punibile come reato.

La soluzione rivoluzionaria delle Sezioni Unite

A questo punto interviene la rivoluzionaria decisione delle Sezioni Unite Penali.

Il principio

Secondo la Suprema Corte, la norma penale sulla coltivazione di sostanze stupefacenti non si applica in caso di coltivazione “domestica”.

In altri termini, la Corte adotta una interpretazione restrittiva della norma penale.

I Giudici sostengono, infatti, che la norma penale richiama elementi della propri di una coltivazione estesa a carattere “industriale” di cannabis. Vale a dire la produzione finalizzata ad incrementare il mercato della droga.

Non rientra nella fattispecie la coltivazione “domestica”, non avente finalità industriali di produzione, ma di semplice consumo. In questo caso la coltivazione di cannabis non è reato.

Infatti, essendo la coltivazione di cannabis un reato di pericolo presunto deve essere temperato dal principio di offensività in concreto.

Gli elementi che distinguono le due fattispecie

Secondo la Corte, gli indici da tenere inconsiderazione sono: lo svolgimento della coltivazione a livello domestico o industriale, il numero di piante, le modalità di coltivazione e l’inserimento del coltivatore nell’ambito del mercato di produzione e vendita di stupefacenti.

Nel caso in cui la coltivazione risulti avere carattere industriale, il Giudice applicherà la norma penale, altrimenti l’imputato dovrà essere prosciolto.

L’impatto della decisione della Cassazione

Questa sentenza, se verrà applicata dai Giudici di merito, avrà enormi implicazioni benefiche di carattere sociale e giudiziario.

Infatti, innanzitutto, eviterà che onesti cittadini possano finire in carcere per aver coltivato di qualche piantina di cannabis sul balcone di casa.

E poi ridurrà la mole dei giudizi penali per coltivazione, consentendo ai giudici di focalizzarsi solo sui casi più gravi.

Noi di Weed24 speriamo che questo sia un ulteriore passo avanti verso la legalizzazione della cannabis.

Se desideri leggere il testo integrale della sentenza, puoi scaricarla qui: